dove non tutto ciò che è detto è per ciò stesso vero
Dopo la serie Poesia & Informatica, si cambia correlazione. Direttamente dal mio archivio mnemonico: se non sbaglio la collocherei - suppergiù - al 1982). Così, giusto per vedere l'effetto che fa
Non smetterò di amarti
per decorrenza dei termini
Il mio avvocato
non ha chiesto nemmeno
la libertà provvisoria
Visto che non ho proprio niente da dire segnalo a chi non fosse frequentatore del sito di Repubblica questa simpatica e interessantissima galleria fotografica.
Visto che è arrivata finalmente la bolla artica, ecco due immagini di Milano primaverile, la settimana scorsa.


Se devo avere un'ossessione, parlando di letteratura, penso sia quella di battermi fino alla distruzione fisica, mia o di chi mi ascolta, o legge, per affermare un'idea di letterature, una pluralità di letterature e non per un'idea unica e sola di Letteratura, quella che piace a me.
Oggi sul supplemento domenicale del Sole 24 Ore Luigi Sampietro se la prende con la parola cult, che invita a leggere come fosse clan. Il libro cult è in realtà un libro di/per un clan.
Ora, io non arrivo a capire. Sarà certamente vero. Ma è utile dircelo? Da quale prospettiva si sta guardando la questione? E da questo punto di vista si riesce a distinguere la qualità, o ci si preoccupa solo dell'atteggiamento del lettore? In che modo l'atteggiamento di una ristretta, o ampia schiera di lettori ci dice qualcosa sulla qualità di un libro, di un autore? La quantità di copie vendute è un elemento da considerarsi utile a stilare canoni e classifiche?
Se un libro raccoglie attorno a sé un cenacolo di eletti vuol dire che è brutto? o che è bello? E se ne raccoglie un numero molto molto ampio è brutto per forza?
Insomma, esistono tante letterature; ognuna ha sue regole e suoi lettori.
Mio figlio, dieci anni:
"Papà, ho paura del domani".
Lui adesso vive ad Atlantide / con un cappello pieno di ricordi / ha la faccia di uno che ha capito / e anche un principio di tristezza in fondo all'anima
Ho buona memoria. Se si parla di un certo modo di fare politica, per molti nel '77 è finito tutto. Il '77 era cominciato per lo meno due anni prima, nel 1975. Già allora, infatti, a scuola si facevano di continuo picchetti per non permettere a nessuno di entrare quando c'era sciopero. Si facevano assemblee non autorizzate. Si andava alle manifestazioni non autorizzate. Si cercava di fare tutto ciò che non era autorizzato. Il sabato pomeriggio si andava nella sezione del PCI di viaGiannone per stampare ciclinprop (non autorizzati). Cantavamo "Piccola storia ignobile" e "La locomotiva". Sempre innamorati della persona sbagliata. Eravamo protagonisti eccitati (e malinconici) della nostra crescita. Non avevamo nessuno strumento di analisi, ma era bellissimo così.
Poi è arrivato il '77, ed è finito tutto.
Ho buona memoria. L'autogestione (era marzo, non c'era molto freddo, la giacca di velluto era sufficiente); le manifestazioni controllate dagli autonomi, l'omicidio di Walter Rossi (e siamo a settembre). E tutto il resto (morti di qua e di là, in una mattanza arcaica senza capo né coda).
Sono entrato all'università nel novembre del 1979. L'Aula 1 di Lettere non è come la vedete nella foto, oggi. Sembrava un tempio abbandonato in tutta fretta da parte degli adepti di una religione dichiarata illegale, o blasfema, da un giorno all'altro. Le scritte erano quelle del '77 ma era come se slogan, simboli, firme fossero le tracce dei fantasmi che le avevano nel frattempo disconosciute. Sembravano tracce apocrife di un passato remoto. Erano passati solo due anni. Lo chiamavano "riflusso".
Paradossalmente in questo naufragio in contumacia, ora che sono passati 30 anni, io vedo invece il lascito positivo del '77.
A partire infatti da quell'anno, la radicalizzazione violenta della lotta politica ha permesso di liberare energie personali, sentimentali che non sconfessavano la propria origine.
"nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata / e a volte ritiene di essere un eroe"
Atlantide, di Francesco De Gregori, uscì nel 1976, all'interno dell'album Bufalo Bill. La canzone di un "dopo" raccontato prima (fatalità: nel '76 uscì anche "Nel corso del tempo" d Wim Wenders, l'altro manifesto intimista di una generazione perduta; del '77 è invece "L'amico americano": la maturità del racconto metaforico. La libertà del racconto metaforico: quanto abbiamo dovuto aspettare noi per capirlo?).
Lui adesso vive in California / da sette anni sotto una veranda / ad aspettare le nuvole
Avere capito le cose in anticipo non era stato un buon affare per chi si era trovato assaltato sul palco, a Milano, solo perché parlava di sentimenti, e faceva pagare un biglietto perassistere a un concerto. Però il '77 ha fatto piazza pulita di questo. Insieme a molte altre cose.
Ora lui vive nel terzo raggio / dove ha imparato a non fare domande del tipo: / "Conoscete per caso una ragazza di Roma / la cui faccia ricorda i crollo di una diga?"
Inaudito. Era un mondo nuovo, vivo, concreto e poetico allo stesso tempo. Una scoperta traumatizzante e prematura. Non si parlava di bombe, di pistole, di operai e di padroni (evidentemente noi cantavamo anche Contessa e E tu querida presentia comandante Che Guevara), ma era lo stesso una cosa che ci apparteneva. Entrava nelle stanze di ciascuno di noi, spiava nei quaderni, nelle collezioni di dischi e di ricordi. Ma non lo dicevamo troppo ad alta voce.
Io la conobbi un giorno e imparai il suo nome / ma mi portò lontano il vizio dell'amore
Vivere ad Atlantide, o in California, o nel Terzo Raggio, per l'uomo di passaggio voleva dire avere già una storia alle spalle, una ferita non ricucibile, una disperazione attiva, politica e intima nello stesso tempo. E ora era anche possibile cantarla, capirla, farla propria. Era ritagliarsi addosso una maturità inconsapevole, una onorevole sconfitta che però dava forza.
Ditele che l'ho perduta quando l'ho capita / ditele che la perdono per averla tradita
Sono passati 30 anni. Sono 30 anni che mi chiedo cosa voglia dire. Sento che dietro quella felice contraddizione
si nasconde un significato che è meglio non conoscere, una verità scomoda, una debolezza inconfessabile. Ci vedo Rudiger Vogler mentre raccoglie la lacrima di Liza Kreuzer e con un dito se la porta sulla propria guancia arida: l'abbandono come stato esistenziale ineludibile, il coraggio come esperienza vuota, unica via d'uscita: andarsene, senza chiudere i conti mai, veramente.
Io non ho mai avuto dubbi che Atlantide fosse (sia) una canzone "di sinistra" (anche perché la destra in quegli anni produceva dotte elucubrazioni su Julius Evola e campi estivi ispirandosi a Tolkien: che occasione sprecata. Che fallimento culturale. Che resa incondizionata: ha regalato la cultura al "nemico" senza nemmeno combattere. E ha perso. Ed è stato un danno per tutti).
P.S. Dimenticavo. Per fortuna un'altra cosa che ci ha lasciato il '77 è stata l'ironia: gli indiani metropolitani (anche quelli: chi li capiva? noi imberbi simpatizzanti degli operai di Mirafiori liguardavamo un po' schifati), il nonsense di Rino Gaetano. Una delle scritte più grandi in Aula 1 era "Onore a Tristan Tzara".
Il '77 ha partorito Ecce Bombo.
Ma quanta fatica. Che fatica capire i propri limiti.
Un'altra cosa. Il '77 è successo ieri. E questa è la cosa più sorprendente.
Giovedì 8 marzo al Tempio di Adriano, in piazza di pietra a Roma si terrà un (credo) interessante convegno cui parteciperò nella tripla funzione di "patrocinatore" (in quanto responsabile acqusizione risorse elettroniche della BIDS, Biblioteca digitale della Sapienza), relatore e Vibrisselibraio.
Di seguito il comunicato stampa:
Il convegno, promosso dalla Camera di Commercio di Roma e da Vivalibri, è dedicato alle mutazioni che Internet e le tecnologie digitali stanno apportando al mondo dell'editoria libraria: nuove sfide e opportunità si impongono all'attenzione di editori, distributori, bibliotecari, autori, librai, giuristi, operatori culturali, e a tutti noi lettori che osserviamo il definirsi di nuove regole e sistemi di accesso al sapere e all'informazione.
Il convegno intende fornire un approccio teorico e pratico alle varie problematiche, proponendo gli interventi di illustri rappresentanti del mondo editoriale, informatico, accademico, istituzionale, e affiancando a essi una serie di esempi direttamente attinti dalle pratiche più innovative del settore.
Per maggiori informazioni e registrazione on line
<http://www.vivalibricentrostudi.it/pags/spip.php?article58>
Nell'ottobre del 1979 T. era un ragazzo infelice. I motivi della sua infelicità erano tanto più gravi quanto erano banali. La spietata consapevolezza della pochezza dei suoi problemi non gli era di nessun aiuto. All'epoca aveva quasi diciannove anni, e a quale età, se non in quella, è legittimo collocarsi nel centro del proprio universo? Il centro del suo universo coincideva in pieno con i suoi problemi: con le ragazze, in primo luogo, con il genere umano, in secondo, e con le sue ambizioni, in terzo. A quale età, se non in quella, è legittimo sognare di diventare qualcuno, e lamentarsi delle scarse risorse di cui si teme di essere in possesso per riuscirci?
Nell'ottobre del 1979 uscì nei cinema italiani un film diventato poi giustamente molto famoso, Manhattan, di Woody Allen. T. lo andò a vedere al cinema Ariston, con sua sorella e gli amici di sua sorella.
Ne rimase folgorato. E umiliato allo stesso tempo.
Cosa lo umiliava della storia di uno scrittore di mezza età che si innamora di una ragazzina bella come poteva esserlo allora Mariel Hemingway?
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