dove non tutto ciò che è detto è per ciò stesso vero
Se devo avere un'ossessione, parlando di letteratura, penso sia quella di battermi fino alla distruzione fisica, mia o di chi mi ascolta, o legge, per affermare un'idea di letterature, una pluralità di letterature e non per un'idea unica e sola di Letteratura, quella che piace a me.
Oggi sul supplemento domenicale del Sole 24 Ore Luigi Sampietro se la prende con la parola cult, che invita a leggere come fosse clan. Il libro cult è in realtà un libro di/per un clan.
Ora, io non arrivo a capire. Sarà certamente vero. Ma è utile dircelo? Da quale prospettiva si sta guardando la questione? E da questo punto di vista si riesce a distinguere la qualità, o ci si preoccupa solo dell'atteggiamento del lettore? In che modo l'atteggiamento di una ristretta, o ampia schiera di lettori ci dice qualcosa sulla qualità di un libro, di un autore? La quantità di copie vendute è un elemento da considerarsi utile a stilare canoni e classifiche?
Se un libro raccoglie attorno a sé un cenacolo di eletti vuol dire che è brutto? o che è bello? E se ne raccoglie un numero molto molto ampio è brutto per forza?
Insomma, esistono tante letterature; ognuna ha sue regole e suoi lettori.
Tutte sono necessarie, non accessorie o surrettizie. Necessarie. A me non interesse proprio niente se un libro di Pynchon è letto da lettori "anoressici" che però si riservano il gusto di farcelo sapere (che l'hanno letto) o bulimici. Non solo non interessa, ma soprattutto non mi è di nessuna utilità per farmi un'idea di Pynchon. E' un'informazione del tutto inutile, dietro la quale, tuttavia, leggo un fastidio critico che diventa giudizio: ci deve essere qualcosa che non va in Pynchon se i suoi lettori sono un clan formato da gente che legge poco, e quello che legge è pure difficile, per non dire illeggibile (e Joyce? e Musil?)
A proposito di parole, Sampietro ci ricorda però di fare attenzione a non cadere in facili, e magari sbagliate, interpretazioni.
Ad esempio, un tempo l'aggettivo "impegnato" si riferiva ad un libro "politicamente orientato". Oggi invece l'accezione più propria è quella, più letterale, di "impegnativo".
Curioso. "Impegnato" ha calorosamente rivendicato di essere, anche Leonardo Colombati nella sua appassionata e per certi versi sorprendente autodifesa di ieri su Vibrisse bollettino. Io, ha urlato - letteralmente - Leonardo, sono uno scrittore IMPEGNATO! Proprio nel senso di "impegnativo", di uno che si impegna.
Due volte curioso.
Infatti, sempre Colombati, da una parte rivendica il suo "impegno" nel senso postmoderno di "impegnativo" (in qualche modo dando preventivamente ragione a Sampietro) senza, nello stesso tempo rinunciare alla sua appartenenza politica (a sinistra, o almeno non a destra).
Dunque essere uno scrittore impegnato, oggi, significa questo, rassegnamoci (o rallegriamocene): studiare, faticare, sudare, fumare parecchio, applicarsi.
Curioso - due volte curioso - perché nella sua orazione Colombati in qualche modo assume in sé i caratteri dello scrittore postmoderno: apolitico con la mano destra, politico con quella sinistra. Diviso a metà, ma sostanzialmente libero e "irresponsabile" nei confronti di un certo mondo intellettuale, di cui non si preoccupa di far parte.
Cosa questa che non gli viene perdonata.
Ma una ragione c'è. E la mette bene in evidenza Girolamo di Michele in un commento. La ragione si chiama Antonio D'Orrico.
Perché D'Orrico, nella sua ormai famosa "recensione" (http://www.24sette.it/contenuto.php?idcont=756) ha descritto Colombati come un perfetto idiota (e Piperno e Saviano in compagni di merende mezzi tonti), alimentando l'antico equivoco del Colombati di destra, pur essendo di sinistra (almeno così sostiene e noi gli crediamo, anche perché il riferimento politico per il quale è stato poi accusato di grave violazione in tema di politically correctness, è di aver sostenuto che Berlsuconi è l'unico personaggio politico italiano contemporaneo meritevole di un approfondimento letterario, mentre D'Alema o Prodi no: mi pare che abbia ragione - anche Nanni Moretti la pensa così, si direbbe - e negli Stati Uniti non è lo stesso? voi scrivereste una tragedia su Bush o su Kerry? o su Al Gore? E la fareste su Jospin o su Sarkozy?).
Il problema di D'Orrico e di Colombati e di Piperno (cosa c'entri Saviano mi sfugge: ma questa è la "prova" che l'articolo di D'Orrico è una polpetta avvelenata) non è Berlusconi, è di "posizionamento".
Parlare dei ricchi va benissimo. Ma per raccontare che cosa? Da quale punto di vista? Gettare fango verso la letteratura etica può andare già meno bene, ma comunque in nome di che cosa? Lamentarsi con impudica leggiadria del fatto che le ragazze ai tuoi tempi non te la davano può ringalluzzire giovani o ex giovani già o ancora pariolini nelle loro pizzate dei vent'anni della maturità. Ma quale idea di letteratura c'è dietro, oltre a quella della "sincerità"? e della rivendicazione post-ideologica di chi si può sfogare: "finalmente qui si parla dei ricchi" (tutte domande che la lettura del libro di Pieprno mi ha stimolato, senza darmi risposte; non ho invece letto ancora Rio).
Insomma il problema non è essere di sinistra, o di destra. Ma di quale idea di letteratura essere portavoce. E siamo sicuri che sappiamo di cosa stiamo parlando? A me sembra molto etico Lansdale (che parla dei poveri, molto poveri della sperduta america amara), molto etico Jonathan Coe (che parla, anche, dei ricchi, ricchissimi e odiosi neo-laburisti). Molto etico tutto ciò che racconta la verità con onestà, forza metaforica, capacità di analisi.
C'è una bella differenza fra Vanzina e Dino Risi.
Whose side are you on? cantavano qualche anno fa i Matt Bianco.

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