dove non tutto ciò che è detto è per ciò stesso vero
Vomitoria
Di solito mangio da solo. Mi metto in fila alla tavola calda, distratto dall’eco del lavoro fatto e da quello ancora da fare, cercando di non deprimermi troppo di fronte alla prospettiva della mezza porzione (abbondante) di un primo qualsiasi, la macedonia, l’acqua e il caffè (5 euro e 10, e siccome il buono pasto è di 6 euro ci guadagno pure qualcosina). Allora mi porto da leggere.
Poco prima di uscire dall’ufficio faccio un giro su Nazione Indiana, o dal Miserabile. I motivo è semplice. Mi serve qualcosa di non più di una pagina e mezza, due al massimo. Evito dunque i racconti, che richiedono oltretutto maggiore concentrazione.
L’infinita querelle ospitata in questi giorni su Nazione Indiana (qui, da Azioneparallela abbastanza esaustiva linkografia) non mi attraeva, come compagnia. Ma non trovando altro, mi sono copiato su un file di Word tutta la sequenza della discussione. Ne è venuto fuori un malloppone che, per quanto indigesto, non è riuscito a mandarmi di traverso né il pranzo (lasagne) né la giornata nel suo insieme, più di quanto non fosse riuscito a un corso di Excel avanzato cui ho partecipato dalle 9 all’una e mezza.
E ho cominciato a leggere.
Le cose, ho visto, si sono un po’ mescolate.
E’ partito Gianni Biondillo, ha risposto Carla Benedetti, non ho ben capito perché. Nel senso: lei non parlava di marginalità con Caliceti? Che c’entrava ora prendere di petto il Gianni e la sua pseudo-sociologia? Ah, ce l’ha con gli indiani tutti, troppo impegnati a trastullarsi nel trovarsi una collocazione nelle categorie di Biondillo.
Già dire pseudo-sociologia è, diciamolo, deliberatamente offensivo. Primo.
Secondo: quello che è uscito fuori dai Vomitoria (commenti inclusi) è qualcosa di veramente interessante. Dirò di più. Molto più interessante della seduta di autocoscienza derivata dalla querelle Moresco/Caliceti/Benedetti…(non c’è niente da fare: nelle dinamiche di gruppo è fatale che all’inizio, a metà e poi un attimo prima della fine, finisce che oggetto della discussione sia il Gruppo stesso, e non gli argomenti che dovrebbero costituire l’oggetto del suo esistere).
Nei commenti e nel Vomitorium a lui dedicato, Sergio Garufi ha scritto e detto cose molto belle a proposito della tassonomia in ambito letterario.
Anche a me non convince (come del resto non convince più nemmeno lo stesso Biondillo).
La mia posizione è la seguente: io credo sia legittimo farle, le tassonomie. E’ un gioco innocente. La distinzione fra iperurani eccetera non è una forzatura, è vera. Descrive una realtà. Non si tratta di luoghi comuni. Sono luoghi e basta, come i supermercati e i giardinetti.
Non convincente però, neppure se Biondillo fosse il primo uomo sulla terra a rappresentarcela (e questi luoghi non fossero, quindi, comuni per niente). Cioè: parlare degli scrittori e della loro collocazione nella società letteraria non mi pare serva a parlare/definire/interrogarsi sulla letteratura.
Semplicemente quel tipo di categorie non possono essere utilizzate come schemi interpretativi del fatto letterario (v. Vomitorium / 6).
Se il tema è la letteratura parlare delle persone che la fanno è dunque fuorviante.
Ma non è la categoria “categoria” ad essere in discussione.
Io gioco a calcetto. Francesco Totti è un calciatore. Il fatto che io possa essere categorizzato fra i Giocatori-del-giovedì e Totti fra i Giocatori-della-domenica non solo corrisponde ad una realtà di fatto, ma è strettamente connesso al modo con cui io e Totti esercitiamo la nostra competenza calcistica. La categoria rappresenta efficacemente il suo contenuto. Io sono una pippa. Totti uno dei più grandi calciatori del mondo.
Ora. Individuare categorie sociologiche (e togliamoci lo pseudo), per dirla con i miei amici – appunto calcettari – non è cogente ai fini di un discorso sulla letteratura che le persone che ci ficchiamo dentro sono in grado o non in grado di produrre. Appartenere ad una o ad un’altra categoria non ha riflessi sul suo modo di scrivere.
Altro esempio. Per strada si incontrano molti suonatori di violino. Tra di loro non ce n’è nessuno che suoni come Anne-Sophie Mutter o Yehudi Menhuin, questo è chiaro. Il fatto di essere un artista di strada rappresenta la qualità della sua arte.
Alla fine, o quasi tu stesso, Gianni, lo hai capito: spostare l’attenzione dalle opere alle persone, non serve.
Aspettiamo l’ultima puntata.

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