dove non tutto ciò che è detto è per ciò stesso vero
Lettera aperta a Leonardo Colombati
Caro Leonardo Colombati,
noi non ci conosciamo, ma questo ha poca importanza. Qui davanti al PC siamo uno di fronte all’altro, democraticamente.
Veniamo subito al dunque.
Non leggerò Perceber.
Non ora.
Non perché non creda che sia un buon libro.
Voglio aspettare il momento in cui P. sarà soltanto un libro, da sfogliare, da annusare in libreria. E' un po' come se mi stesse chiedendo di fidanzarmi con Elisabetta Canalis. Bellissima, certo, e chissà come sarà diversa a conoscerla, ma forse la ragazza del quinto piano mi interessa di più!
E’ stato detto tanto, forse troppo. Io capisco Giulio: “non lo leggerà nessuno” mi ha detto una volta. Non credo di rivelare chissà quale segreto. Ha sentito il dovere letterario di pubblicarlo e per ciò stesso ha sentito il dovere morale di far sì che qualcuno lo compri e soprattutto lo legga. Di fronte alla complessità del libro ha messo su questo monumento al pre-testo che è stata l’operazione-Perceber fino ad oggi.
Non è che io voglia prenderne le distanze per una snobberia. Vorrei solo depurarmi prima dai preconcetti, pregiudizi, premonizioni, precognizioni, premesse, presunzioni, prelazioni, presupposizioni, prefazioni che questo lungo riscaldamento pre-partita ha generato fin nel più riposto e oscuro neurone della mia capacità per- o precettiva o pre-cognitiva (avresti dovuto chiamarlo Preceber!)
Un simile monumentale apparato critico, o istruzioni per l’uso, mi ha già fatto scattare l’antipatica resistenza derivante da un evidentissimo e conclamato complesso d’inferiorità.
Tanta promessa erudizione mi sopraffa. Minaccia di spostarmi fisicamente, di peso, dal centro del romanzo (dove come lettore vorrei trovarmi, beatamente coccolato dalla fantasia), a un margine un po’ in ombra, o in un gradino più basso, da dove poter ascoltare e apprendere tutte queste cose che non so.
Ma vedi. Sto sbagliando l’approccio. Sto parlando del rapporto fra me e il tuo romanzo di cui non ho letto che poche righe.
La rete che avete gettato nello stagno di internet mi ha preso nelle sue maglie. E come vedi la mia reazione è puramente difensiva. Mi divincolo, cerco di strapparla, cerco un varco, dichiaro la mia inferiorità solo per attaccarti, ferito, io, ma non umiliato.
Non mi sento libero di provare piacere o di criticarlo, Perceber.
Puo’ essere che abbia ragione Piperno, e tutti coloro i quali leggendolo hanno trovato in esso il Grande Romanzo del Ventunesimo secolo.
Ma dimmi, come posso fidarmi?
Posso fidarmi solo di me stesso. E’ chiaro. E’ ovvio. Ma di fronte a P. io sono ancora in grado di fidarmi solo di me stesso?
Temo di no.
Caro Leonardo Colombati, non ti invidio.
Il mondo è pronto a saltarti addosso. A chiudere il libro dopo venti pagine, a scorticarti vivo (sembri però in grado di difenderti).
In una parola: non voglio che P. mi deluda come mi hanno deluso in modo addirittura sorprendente (per la misura della delusione: assoluta) tutti gli altri capolavori annunciati di questi ultimi tempi.
Così, per ora, non lo leggo.
Un saluto e un in bocca al lupo
(per fortuna i lettori normali sono persone in genere più equilibrate!)

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