dove non tutto ciò che è detto è per ciò stesso vero
Perché dovrei scrivere una recensione di Perceber? mi domando.
Chi andasse sul sito apposito, troverebbe, ormai, tutte le opinioni possibili, scegliere quella che maggiormanete si adatta alla propria e iscriversi idealmente a quel partito.
Io per esempio mi annovero facilmente fra coloro che si sono sentiti sovrastati dal romanzo, trovandolo sovrabbondante, barocco, eccetera eccetera.
Ma 1) ormai l'ho scritta; 2) forse qualche contributo originale, fra le righe, c'è.
Leggendo Perceber ho cercato di fare finta di non sapere nulla di Perceber, di Leonardo Colombati; ho cercato di dimenticarmi di averlo conosciuto, sentito parlare, mi sono sforzato di dimenticare i saggi a corredo, le prerecensioni, gli apparati introduttivi alla lettura; di essermi fatto un’opinione, su di lui, sul suo romanzo, sul suo mondo.
Ho cercato di ignorare, soprattutto, una frase che LC mi ha scritto nella risposta ad una mia lettera aperta, nella quale gli garantivo che avrei letto P. ma solamente tra un anno: quando mi sarebbe stato più facile fare finta di non averlo conosciuto, sentito parlare, di non essermi fatto alcuna opinione su di lui su P. e soprattutto (anche se, scrivendogli, ancora non potevo saperlo) di ignorare la frase che mi avrebbe scritto nella sua risposta.
Questo perché io sono un lettore. Se io fossi un critico letterario, immagino, utilizzerei tutto questo materiale per poterci scriverci su.
Allora. Se fossi un critico parlerei di P. in un modo, credo, diverso da come ne parlerò qui. No: non diverso. Direi le stesse cose, ma con un’altra intonazione, tale che, alla fine, il significato delle parole cambi.
Questo perché, lo dico subito, secondo me P. è un libro importante (almeno credo). E quindi, se lo è (come io suppongo che sia), da critico, attribuendomi dunque la funzione di sensale che il ruolo impone, cercherei in ogni modo di favorire l’incontro tra P. e i suoi lettori.
Io, anche questo va detto subito, non sono fra quelli.
Credo, suppongo… In effetti la lettura di P. è stata tutta fondata su un sospetto, un’ipotesi (e qualche certezza).
Il sospetto è che le ragioni per le quali a me P. non è piaciuto, siano le medesime che lo farebbero apprezzare da un altro tipo di lettore.
P. secondo me ha dei limiti. Non so dire, però, se lo siano davvero, limiti, o siano invece note caratteristiche.
L’ipotesi: definirei P. un monumentale romanzo post-moderno. Giovanni Choukhadarian, per esempio, lo nega. Io credo che lo sia proprio per le ragioni che Choukhadarian adduce per contestarlo: “Perceber è in realtà una ri-scrittura di infinite altre ri-scritture e nega perciò al genere cui pure appartiene, cioè il romanzo, qualsivoglia velleità ermeneutica. In questo senso, è un’opera premoderna, al cui centro sta in bella vista il suo compilatore e la sua cultura vasta e sregolata.” Ma il post-moderno è propriamente la “descrizione che l’arte dà di se stessa: un’autodescrizione che contempla la morte dell’arte come mezzo per rilanciare l’arte oltre l’impasse della modernità. [...] Il postmoderno invece si presenta come arte che non può produrre il nuovo […]. Non può nemmeno proclamarsi come il nuovo che ha superato il moderno, [...] se così fosse ricadrebbe nella logica della modernità incentrata sul valore del nuovo e sull'avvicendarsi delle poetiche.” (Benedetti, C., Il tradimento dei critici, Torino, Bollati, 2002. p. 52).
P. è, oggettivamente, un romanzo ciclopico, enorme, molto più delle sue 400 e passa pagine. Molto più del suo apparato di note. Qualche volta, richiudendolo, mi chiedevo come facesse a starci tutta quella materia lì dentro, un oggetto tutto sommato piccolo, delicato; a non tracimare lungo il profilo non deformandone l’involucro.
Troppo.
Questo gigantesco magma compilatorio, che mette insieme Casanova e la mafia cinese e il G8 di Genova, il Marchese de Sade, Fregoli, e i fratelli Lumière, le Brigate Rosse e Mozart, la cabala, il romanzo picaresco e quello d’avventura, il realismo magico màrqueziano e Pynchon, questo immenso catalogo di Tutto, magnificamente sorretto da una tensione linguistica e fantasmagorica che non viene mai meno, questa ridanciana, cinica, instancabile enunciazione dell’universo me la ritrovo muta, fra le mani, fredda, impaziente di esibirsi, pagina dopo pagina, travolgente, sfacciata, cialtrona.
Ecco. Cialtrona. Quando LC sostiene di aver voluto prima di tutto scrivere un romanzo su Roma non si può negare che sia riuscito nell’impresa sapendo cogliere, di Roma, l’aspetto più autentico: la sua natura becera, cinica, onnivora, furfantesca.
Il risultato è una presa per i fondelli di altissimo livello. Che può risultare divertente se non si hanno, come lettori, altri desiderata: cercare emozioni, un coinvolgimento emotivo e/o sentimentale. Credere in quello che viene raccontato, aspirare a crescere, divertirsi pensando.
Il libro non mi coinvolge, non mi comunica niente. Non innesca, almeno in me, alcun retropensiero virtuoso (è tutto troppo esplicito).
Parlando di Tutto, in fondo la cosa non stupisce. Il libro risulta essere del tutto autosufficiente: un teatro della Cialtroneria che abbia smarrito però la capacità di attrarre attraverso meccanismi di identificazione, o di repulsione critica. Il ricorso al trivio, alla superfetazione di elementi fantastici inattesi, il tutto ottenuto attraverso l’uso di un linguaggio sempre sostenuto, oscuro, compiaciuto nel suo perfetto didascalico ricorso ad un dizionario ricercato e arguto, me lo fa assimilare ad un Arbasino diventato finalmente ciò che finge da anni di essere, a un Vittorio Gassmann tronfio e becero nel suo spudorato e divertente ricorrere alla lingua aulica per parlare di scoregge: un irriverente Brancaleone che si è rifatto il trucco per riprovare, stanco e travolto dalle caricature, il suo vecchio numero.
Insomma una parodia da primo della classe; una di quelle opere scritte in quinta liceo, dopo aver assorbito abbastanza filosofia, letto qualche romanzo di formazione, cantato il rock e Peppino di Capri nelle feste impiccandosi con autoironica nonchalance sul Si bemolle settima diminuita da arpeggiare per fare colpo su quella carina che, fino ad allora, non ti aveva filato mai.
Il tutto fatto con incredibile abilità, con una naturalezza pari all’impudenza.
E seppure tutta questa indiscutibile abilità sia al servizio del Nulla, se amate il genere evidentemente P. fa per voi.
Colombati come gli abitanti della favolistica Perceber, sembra aver smarrito la capacità di tacere. Un incubo, Perceber, inteso come romanzo, che restituisce senza dubbio l’ansia contemporanea del vuoto riempito di Tutto rimanendo vuoto, della turpitudine laida della contemporaneità, commettendo tuttavia, ai miei occhi poco propensi a farsi travolgere dal “piacere puro della lettura”, un errore di prospettiva: illudere il lettore che tutto abbia senso, per poi negarlo, per poi riaffermarlo, per poi sbalordire di nuovo con una ennesima capriola significante che smentisce quanto asserito una pagina prima.
La Cabala, i Rioni… Diciamocelo: non ce ne può fregare di meno (personalmente ho smesso di leggere le note asteriscate all’inizio dei capitoli intorno a pagina 120). Non gliene può fregare di meno. E si vede. Ed è una sensazione che mina la credibilità generale del libro. Però stanno lì, a spaventarci. Per 400 pagine. Non ci caschiamo, no, noi che siamo avvertiti, che siamo postmoderni… E’ roba per patetici creduloni radical-chic de noantri. D’altra parte è lo stesso Colombati a rassicurarci: “io non sono un erudito; sono un gran sparacazzate, questo sì. Nello scrivere il romanzo ho giocato con i libri, con le fonti, creando un pasticcio improbabile, che non ha la pretesa di insegnare alcunché”.
A me questo non diverte molto. Non ci trovo l’anima.

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