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domenica, 19 febbraio 2006
American dust / Richard Brautigan

La polvere. Uno degli elementi basilari della cultura americana. L'America dei ranch, delle carovane e dei caravan, delle strade spazzate dal vento. Polvere di stelle. L'America che ha costruito il proprio mito sulla propria infima natura prematerica, sulla propria scomposizione parcellizata, sulla propria volatilità sporca, il proprio confondersi nel vento caldo.
La polvere che copre come una maschera ironica i volti dei piloti di "rottami vaganti" che attraversano l'America in cerca sempre di un altro che cosa.
Duello al sole in preproduzione si chiamava Lust in the dust (lussuria nella polvere). Furore: nuvole di polvere. Il finale di Nickelodeon, di Bogdanovich, registra, in un gioco di specchi, la totale adesione del mito cinematografico al mito della polvere alzata dal vento in un luogo selvaggio e squallido.

La polvere del deserto e quella della miseria, fuse nelle canzoni di Springsteen.

La polvere di Richard Brautigan è sedimentata sui ricordi che vogliono esplodere e cambiare strada, vorrebbero correggere il passato e redimere il destino, magari con l'aiuto di Superman, che in un fermo fotogramma generoso anche se forse troppo caustico, gli avrebbe consigliato di comprarselo qual cavolo di hamburger, invece di pensare a quelle maledette pallottole...

La polvere di Brautigan soffia implacabile sul disincanto di un ragazzino che campa con i soldi dell'Assistenza Statale e guarda i funerali, sotto casa sua; che chiacchiera con un vecchio ubriacone che fa la guardia ad una segheria senza nemmeno una pistola (che farebbe se venissero i ladri? Gli lascerei rubare tutta la stramaledetta segheria); che osserva una coppia di vecchi trascinarsi appresso l'intero arredamento del salotto quando vanno a pescare sul lago, e non gli chiede perché lo fanno, si siede in mezzo a loro, che sono grassissimi e osserva l'enorme quantità di pesci che tirano su, domandandosi giusto: ma chi li mangia tutti quei pesci? Loro sono la "favola a lieto fine nel quadro gotico dell'America post-guerra mondiale", loro sono quelli che stanno sempre in tuta e scarpe da tennis, e nei questionari all'ufficio di collocamento alla voce "precedenti  esperienze lavorative" mettevano solo "tuta da lavoro e scarpe da tennis".

La polvere di Brautigan non lascia molte speranze: resta il fiato corto di una vita spezzata senza conoscere "quella cosa del sogno", ma con una sola certezza: finito di leggere American Dust ti viene voglia di ricominciarlo.

Cletus, cui sono debitore non della semplice conoscenza di Brautigan, ma porprio del libro, visto che me lo ha regalato lui, e a cui rimando per altre pregevoli annotazioni sul libro, parla di "uno Steinbeck, dal punta di vista sociologico, che si è messo sul divano a discettare con un Kerouac che ancora non è esploso."
American Dust è del 1982. Ma è come se fosse venuto prima. Dà quella impressione lì: che si debba leggere anche prima di Salinger. E poi di Carver, e giù giù fino a Kinder, Eggers, Sharpe: per lo sguardo trasversale e divertito, per l'esattezza descrittiva che spiazza, dà una prospettiva diversa alle cose, che è poi il motivo per cui è un gran libro.
Sì, mi sembra che molti abbiano imparato da Brautigan.
Lo metto nello scaffale: maestri.

di: bsq a 23:02 | link | commenti (1) |
letture


Commenti
#1   20 Febbraio 2006 - 00:39
 
gran bel pezzo. Sapevo che ti sarebbe piaciuto, premonizioni. Fra tutti (i suoi, pochi) forse il migliore. Ho appena finito l'altro suo La casa dei libri. Stesso stile, registro appena più esilarante. Appena ho modo ne scrivo.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente cletus

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